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Abet incontra gli architetti | Alfonso Femia

Perché usare il laminato?

Ezio Manzini, ingegnere a architetto, inarrivabile autore de’ “La materia dell’Invenzione” definisce la superficie degli oggetti con la geniale espressione “materia in prima linea” che deve essere in grado di reagire con aplomb prestazionale a una serie di sollecitazioni, anche severe, di tipo meccanico, chimico e biologico. La superficie è, nel rapporto uomo-oggetto, l’interfaccia emozionale che coinvolge l’esperienza tattile, visiva, olfattiva. A una superficie si delegano molte funzioni, per esempio quella di trasferire o vietare lo scambio tra l’esterno e l’interno dell’oggetto. Il laminato è stato storicamente oggetto dell’esercizio e dell’evoluzione del design ed è oggi una sintesi ideale per versatilità espressiva e qualità prestazionale di tutte le funzioni di superficie. È un materiale che consente di conciliare la memoria storica e culturale del design con le riflessioni contemporanee di eco-sostenibilità e con le emergenti esigenze di nuove prestazioni tecniche (sanitarie, per esempio), e sensoriali (tattili per esempio)

Può raccontarci come lo ha usato in uno dei suoi progetti di architettura o di interni?

Ho sempre voluto portare le materie dall’applicazione sull’oggetto al rapporto con l’architettura, pertanto lo spazio. Prediligo l’uso del laminato nelle pareti mobili, che abbiamo creato con Anaunia, per il Salone del Mobile (The Chronotopic System ) e/o per la nuova sede della Vimar in corso di realizzazione. La materia diventa spazio, ne caratterizza le superficie, ne misura le dimensioni, reagisce alla luce. Ecco credo che in queste applicazioni la materia si esalta e si comprende la sua anima più profonda oltre alla capacità di evolversi nel tempo.

Diceva Ettore Sottsass che non bisogna avere paura dell’artificio: anche nella natura c’è cattiveria. Il laminato è un prodotto dell’uomo che ha permesso di liberare la fantasia progettuale. Quali sono le sue potenzialità, oggi?

Per seguire la citazione di Sottsass – natura vs artificio – ti propongo un parallelo con il fototipo umano, che non è solo un aspetto superficiale perché contribuisce alla definizione del carattere e, almeno in parte, prelude all’aspettativa del comportamento. Dettagli e sfumature del carattere umano si rivelano attraverso, non solo la sua fisiognomica e la sua pelle, ma anche la diversità dei tipi di pelle. Con il laminato si possono creare situazioni compositive con elementi in primo piano, dettagli imprevedibili e scenari più prevedibili e standardizzati. Un insieme di “fototipi” artificiali che concorrono alla definizione del carattere dell’ambiente domestico, professionale, scolastico, sanitario, ludico …

Qual è la relazione fra artificiale e naturale nei tuoi progetti?

Il tema reale, nucleo centrale del progetto contemporaneo, a tutte le scale, non è certo la contrapposizione tra naturale e artificiale, ma la trasformazione. I materiali naturali vengono trasformati nell’integrazione con gli altri materiali e con la complessa struttura dell’abitazione o di qualsiasi altro luogo privato, dell’edificio, del quartiere della città tutta, ma anche delle infrastrutture per il collegamento dei luoghi. Il confine tra naturale e artificiale sta nel riferimento a principi etici di rispetto dell’uomo e dell’ambiente a partire dai processi di approvvigionamento, di trasformazione e di produzione, di logistica. È l’architetto che deve costruire una relazione armonica e solidale.

Quanto conta la sostenibilità nel tuo pensiero progettuale?

Come ho già avuto occasione di sottolineare più volte, la sostenibilità è un valore fondamentale nel suo vero significato. Non mi riconosco minimamente nell’accezione attuale che ne ha svilito e mercificato l’essenza. Preferisco parlare di responsabilità e di rispetto che è inclusivo della sostenibilità ed è meno addomesticabile in termini mediatici ed è il valore dal quale si origina ogni mia ricerca progettuale, sia alla scala dell’oggetto, sia a quella dell’architettura e della città nel suo complesso. Il design delle superfici fa parte dell’iconografia della storia del design italiano.

Come immagini possa evolvere dal punto di vista grafico o cromatico?

Credo che l’evoluzione delle superfici si possa “liberare” dalla dimensione già esplorata del colore e del segno per approdare a più intriganti esperienze tattili, olfattive e, forse, anche acustiche: uscire dagli schemi, creare l’attesa, anticipare le vibrazioni del futuro.